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Santità e lamento

Ho udito dire:”Quella persona è un santo: soffriva molto, ma mai un lamento!”. Io a chiedere: “Crede in Gesù e in Dio?”. Risposta: “Non ha mai creduto. Ma il suo modo di reagire, durante la malattia, è degno di un santo!”.

Evidentemente ci sarebbe necessità di un po’ di chiarezza.

Primo: il vocabolo “santo” può essere usato da cristiani, da buddisti, da ebrei, da musulmani. Ciascuna cultura religiosa attribuisce un significato diverso alla parola “santo”.

Secondo: all’interno del cristianesimo, non si reputa santo alcuno, se non in relazione a Cristo.

Terzo: per i cristiani il santo non si identifica con lo stoico. Lo stoico non si lamenta, il cristiano non si lamenta. Il non lamentarsi non caratterizza di per sé la santità cristiana.

Quarto: si può essere santi autentici, nelle sofferenze, sia tacendo che lamentandosi. Questi sono comportamenti, che possono essere assunti per diversi motivi: dare il buon esempio, mostrarci superiori a chi si lamenta, non infastidire il prossimo, partecipare alle sofferenze di Gesù.

Credere in Gesù, lamentandosi o non lamentandosi, è santità cristiana e salvezza proveniente da Dio. Non sono le nostre “virtù” che ci salvano, ma la fede in Gesù, fonte anche di ogni virtù (teologale o altro).

A me piace essere un santo che si lamenta. Santo agli occhi di Dio, non a quelli della gente o delle gerarchie. Io spesso mi fermo a contemplare quel santo che si lamenta e che dice, tra l’altro “Allontana da me questo calice”, “non siete stati capaci di starmi vicini per un’ora”, “Padre, perché mi stai abbandonando?”.

GCM 11.01.14