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Povertà contenta


    Una gioia nuova e travolgente ci prende, quando costatiamo di diventare poveri. Non tanto della povertà di mezzi (sebbene anche quella non guasti!), ma della nostra autosufficienza.

    In questo caso si realizza la povertà “nello spirito”, “allo spirito”, “di spirito”, della quale parla il Vangelo di Matteo: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli!”.

    Povertà di spirito, include la convinzione che tutte le nostra capacità di essere salvati, sono di per sé un nulla, e sono rese onnipotenti grazie alla bontà di nostro Padre. Accorgerci, con gioia, che anche un minimo atto nostro, che conduce a salvezza, è solo e sempre un’azione di Dio. La spogliazione della nostra presunta indipendenza da Dio, è progresso di povertà personale, che si svuota nel riconoscere il posto di Dio in noi.

    Eppure questa beatitudine, dovuta alla povertà, non è capacità di indipendenza. Anzi è potenziamento divino della nostra libertà di scelta e di azione.

    È quel nascosto assurdo: quanto più calo, tanto più cresco. Esso è quel progredire fino alla debolezza dell’infanzia, per acquisire la capacità di fare in modo che i nostri angeli (i nostri messaggeri, nostri!) vedano la faccia di Dio. La povertà che rispecchia in noi il regno dei cieli.

    È la povertà illuminata e gioiosa di quel “sì, io vivo, però è Cristo che vive in me!”. Come ciò avvenga, bisogna rivolgerci allo Spirito Santo, non per capirlo, ma per intuirlo con il cuore.

    Gesù, nel pronunciare la beatitudine, aveva presente la preferenza sua, dello Spirito e del Padre verso i poveri; però egli sapeva anche la psicologia del povero abbandonato in Dio.

    07.02.14