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L’immortalità disperata

Tutti desideriamo che la vita non si spenga mai, perché nelle nostre fibre è inoculato il seme dell’immortalità. Quel seme che lo Spirito Santo conserva e rinvigorisce. Egli stesso zampilla dal nostro seno verso la nostra vita eterna.

Dio ci aiuta e appoggia questa tensione all’immortalità, indicando e fornendo gli ingredienti per l’attuazione del nostro non finire la vita. Gesù è il fulcro e l’anima di tali ingredienti, li valorizza e li aziona nell’uomo, particolarmente nell’uomo che crede in lui.

Troppe persone trascurano l’uso di tali ingredienti, li disprezzano o li soffocano. Così creano in sé il conflitto tra la propria destinazione all’eterno e l’ingolfarsi nell’oggi.

Accade allora in molti la disperazione, quella disperazione che diventa suicidio, autolesionismo. Sesso volgare e sfrenato, orge, ubriachezza, alcolismo, ludomania, e altro. Questo si presenta come sfogo per diminuire l’angoscia, creata da un’aspirazione all’eterno soffocata nel pantano dell’oggi stordente e facile.

Il piacere, assolutizzato come unica consolazione, è segno del suicidio. È segno che nella persona non fioriscono le speranze. E chi non spera, muore. Il piacere comincia con l’euforia, e, a lungo andare, acceca, se non sa elevarsi a gustare altri livelli che non siano il senso, o perfino il sentimento.

Il piacere, di ogni tipo, è una grande risorsa per rendere serena la vita. Ma se diventa lo scopo della vita, priva la stessa vita di serenità. Diventa semplice manifestazione di un desiderio di beata immortalità, miseramente perduta, soffocata.

14.02.14