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La gioia nostra

Noi credenti, possiamo trascorrere l’esistenza nella gioia. La gioia di essere salvati, e perciò salvi. Agiamo da persone già salvate da Gesù, che illuminano di salvezza ogni loro opera e ogni loro sentimento.

Ci alziamo, il mattino, da salvati e ringraziamo Dio. Siamo famiglia di Dio, già nell’anagrafe del cielo, dove tra poco ci troveremo.

Sicuri di quest’appartenenza a Dio (“pecore del suo gregge”, dice il salmo) i santi, come Francesco, erano contenti perché “tanto è il bene, che mi aspetto - che ogni pena m’è diletto”. Sicuri del bene atteso, cosicché le traversie non infierivano. Anzi le traversie, per quanto dolorose non diventavano denaro per accaparrarsi un posto nei palchi del Paradiso, ma un semplice ricordarsi che esisteva la gioia.

Leggevo in un libro che, nei conventi, i santi sono arcigni, e i non santi sono leggeri. Io credo che un santo, che davvero sia santo, è gioioso. Mi piace la santità di Tommaso Moro: faceto fino alla fine. O come si narra di quel martire, che gettato sulla graticola per essere arso vivo,  disse agli aguzzini “Adesso giratemi, chè da questa parte sono già ben cotto!”

La gioia, nel santo, sgorga dalla sua sicurezza. Non di se stesso, ma dell’amore di Dio, che non vuol perdere i suoi. E’ una gioia non da buontemponi, che si disinteressano di tutto e di tutti, eccettuata la buona
tavola, ma di chi fissa l’occhio nel bene e nel male della vita, scorgendovi occasioni per lodare Dio, sempre.

Gioia e lode sono unite. Perciò il santo ha sempre in bocca il ringraziamento. Grazie a Dio e a tutti, perché scorge in ogni occasione
un dono. Dono di Dio direttamente (la serenità del cuore); dono di Dio attraverso le persone, gli animali, la natura.

GCM 29.11.12