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Dolersi

Che cosa può significare “dolore per il peccato”? E’ dolore sentito, come quello di una ferita o di un lutto? E’ dolore confinato nel limbo dei rincrescimenti per una iniziativa fallita? A quale dolore ci si riferisce quando, recitando il tradizionale Atto di dolore (appunto!), si dice: “Mi pento e mi dolgo dei miei peccati”?

E’ forse un dolore, che nasce da un nostro giudizio negativo sopra una nostra sconfitta.

Si fa dire: “Mi dolgo perché ho meritato tuoi castighi”. Prima di tutto: Dio, amore infinito ed eterno, castiga? Gesù, parlando di sé, Figlio di Dio e uomo, così si esprime: “Non sono venuto per condannare, ma per salvare!” Salvare quella che S. Agostino descrive come una “massa dannata”.

Ma poi: dolersi per i castighi meritati può ridursi a una furbizia nello sgattaiolare tra le lance minacciose. Non è dolore che salva, ma è paura, tornaconto, fuga impaurita davanti al castigo. Insomma, è chiudersi nel proprio mondo, e parare i colpi.

Il dolore nasce dall’aver offeso Dio. Ricordiamo che Dio, il beato, non si offende né si vendica.

E allora, qual è il vero dolore?

Ci indica qualcosa S. Agostino, che piange per aver amato troppo tardi l’Amore. Il ragazzo disorientato e sciupone della parabola di Luca, esclama: “Ho peccato contro di te!” Quando si prende coscienza di aver disprezzato l’Amore di Dio, e questo Amore ci accoglie ugualmente, allora misuriamo l’immensità di questo Amore. Allora nasce il dolore, che sgorga dall’amore. Un dolore amante, un vero dolore commosso e sollevato.

GCM 07.06.12